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Maurizio Zanolla "Manolo"
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È qualcosa che nasce da una percezione elementare, quasi ingenua, e che lui stesso descrive con estrema semplicità: “Quando sono arrivato in cima a una montagna la cosa più semplice è stato vedere le cose in un modo diverso. Io non avevo mai preso un aereo non avevo mai visto la pianura dall’alto e dalla montagna si vede in un modo diverso e questo è stato già il primo modo di vedere le cose diversamente, e quindi spostare la mia veduta e questo era la prima sensazione.” È in questo spostamento che si apre tutto. Non nella conquista, ma nella possibilità di guardare ciò che già esiste da una prospettiva nuova. Manolo arriva alla montagna senza una vera educazione alpinistica, senza il peso della tradizione o della mitologia che già allora permeava quell’ambiente. Lo dice lui stesso, con una leggerezza che è anche una dichiarazione di indipendenza: per lui Walter Bonatti “poteva essere un ciclista”.
Non c’era reverenza, non c’era imitazione. C’era solo un incontro diretto con la roccia, vissuto come un’esperienza immediata, quasi fisica, che ancora oggi conserva la stessa intensità.«Per me la roccia rappresenta ancora un’emozione fortissima. È una cosa che mi capita ancora oggi: quando tocco la pietra provo qualcosa di profondamente emozionante. Il mio primo ricordo della roccia è quello di un muro che, lì per lì, sembrava piatto e liscio, ma che a poco a poco si riempiva di appoggi. È stato in quel momento che ne sono rimasto affascinato, prima perché mi sembrava viva, e poi perché potevo trovare un percorso che fosse mio.
Non era quello che qualcun altro aveva già tracciato: potevo cercare la mia linea, proprio come succede nella neve fresca quando scendo con gli sci, in mezzo a quella neve morbida dove non c’è ancora nessuna traccia. Potevo trovare una strada, potevo costruirla: bastava avere creatività e fantasia.»In queste parole c’è già un’idea di arrampicata che si distacca da qualsiasi schema: non ripetizione, ma creazione; non esecuzione, ma invenzione. Ed è proprio questa visione che rende quasi inevitabile, nel tempo, il suo allontanamento da un certo modo di intendere l’alpinismo. Non è un rifiuto ideologico, ma una tensione interna che cresce con l’esperienza, fino a diventare una scelta etica. “Ho cercato di dare importanza alla qualità con la quale volevo arrivare in cima a una montagna o a una parete. Era più importante la qualità sulla quantità e il modo in cui volevo scalare, e quel modo rifiutava ichiodi non volevo appendermi, volevo farlo con le mie mani e con i miei piedi ed era molto pericoloso, non esistevano gli spit, i chiodi a pressione, io aborrivo questo modo di arrampicare.”
Quello che dall’esterno può sembrare un gesto estremo, quasi folle, in realtà nasce da una ricerca di coerenza. Non è il rischio a essere cercato, ma la qualità del gesto, il modo. Il modo in cui si arriva diventa più importante dell’arrivare stesso. E dentro questa ricerca si inserisce inevitabilmente il confronto con il vuoto, che all’inizio si presenta nella sua forma più brutale, come una presenza opprimente, quasi insostenibile: “Quando mi sono reso conto che sotto di me c’era il vuoto ho avuto paura e non ero consapevole di avere paura del vuoto e lì non era facile… ho avvertito un silenzio più forte del battito del cuore è qualcosa di spaventoso.”
Ma è proprio attraversando quella paura che qualcosa cambia. Con il tempo, quel vuoto che sembrava negare ogni possibilità diventa parte integrante dell’esperienza, fino a trasformarsi in un riferimento, quasi in un appoggio: “Da solo scalando senza corda in una montagna avevo finalmente raggiunto il mio scopo il vuoto era diventato qualcosa di concreto, un punto d’appoggio, ne avevo quasi bisogno.”
È una trasformazione difficile da spiegare se non la si attraversa, e forse è per questo che spesso viene fraintesa. Ridotta a gesto spettacolare, a sfida del limite fine a sé stessa. In realtà, nelle sue parole emerge con chiarezza un altro elemento, molto meno visibile ma decisivo: la responsabilità. Non quella verso un pubblico o verso un’idea di esempio, ma quella, più radicale, verso sé stesso. “Mi ritengo molto fortunato perché ho avuto la possibilità di scegliere. Libertà è una parola molto difficile da raccontare… io ho sempre cercato di mettere davanti la responsabilità al protagonismo, responsabile verso me stesso e gli altri.” Questa idea di libertà è lontana da qualsiasi retorica. Non è fare tutto, ma scegliere come farlo, accettandone le conseguenze. Ed è proprio questa dimensione che entra in contrasto con una contemporaneità in cui la montagna tende a essere sempre più accessibile, sempre più controllata, quasi addomesticata. L’arrampicata sportiva oggi è un sistema codificato, fatto di gradi, protezioni, informazioni disponibili in ogni momento. Un mondo in cui sembra che tutto sia già stato scritto. Ed è qui che il suo pensiero si fa ancora più netto, quasi scomodo, perché tocca il nodo centrale del nostro rapporto con questi luoghi: “La montagna l’ho sempre detto è aperta a tutti, fortunatamente, ma non è per tutti perché implica una difficoltà che racchiude una pericolosità e che trovo anche corretta e giusta, che mi piacerebbe rimanesse tale perché ti apre ad un’esperienza diversa. Un’esperienza che ti fa crescere perché se accetti questo accetti il pericolo senza addomesticarlo, ti crei una sicurezza interna che ti permette di vedere poi le cose in un modo diverso.”
Non è una posizione elitaria, né nostalgica. È una riflessione sulla natura stessa della montagna. La sua bellezza non è separabile dalla sua complessità, dalla sua esposizione, dalla sua imprevedibilità. Addomesticarla completamente significherebbe svuotarla di una parte essenziale della sua esperienza. Ed è qui che il suo pensiero torna, ancora una volta, all’essenziale. La scoperta non è necessariamente nel nuovo, ma nel modo in cui guardiamo ciò che già esiste. “A volte sarebbe meglio non sapere, andare e rimanere meravigliati.”
È un invito semplice, ma radicale. Tornare a un rapporto diretto con il luogo, accettare l’incognita, recuperare il valore del dubbio. Non per nostalgia di un passato irripetibile, ma per restituire all’esperienza quella dimensione di autenticità che non dipende dagli strumenti o dalle difficoltà, ma dalla qualità dello sguardo.
Oggi quello sguardo è cambiato anche per lui. Non c’è rinnegamento, ma consapevolezza. “Mi sento ora più piccolo di quando ho cominciato. Ho timore di quei luoghi e un immenso rispetto.”
Forse è proprio questo il punto di arrivo — se esiste un punto di arrivo — di un percorso così lungo: non la conquista di qualcosa, ma una diversa posizione rispetto a ciò che si è sempre cercato. Un modo più sottile, più fragile e allo stesso tempo più profondo di stare dentro la montagna.
E allora quel passaggio che siamo abituati a chiamare rivoluzione si rivela per ciò che è sempre stato: non un cambio di direzione, ma un cambio di prospettiva. Le pareti sono le stesse, i luoghi sono gli stessi. È lo sguardo che continua a trasformarsi. E in quella trasformazione, oggi come allora, rimane spazio per qualcosa che non è mai davvero finito: la possibilità di scoprire.
Preparati all'avventura.
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Maurizio ZanollaManolo
Tra gli arrampicatori, uno dei pochissimi - forse l’unico - che è riuscito a “uscire dalla scena” per entrare nell’immaginario collettivo: basta dire Manolo e chiunque saprà di chi stai parlando.Colpa della pubblicità? In parte, ma non solo. I poteri del Mago continuano a esercitare il loro incantesimo - oggi come più di trent’anni fa.
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